Gervinho-Parma: prove tecniche di riconciliazione

Dopo le diserzioni e il mancato trasferimento in Medio Oriente l’attaccante ivoriano prova a riprendersi la squadra ducale. Ora la palla passa ai compagni.

Gervinho

Gervinho

Globalsport 12 febbraio 2020

Di Marco Buttafuoco



Pace in vista fra il Parma e Gervinho? Questo dicono i rumors cittadini e i siti solitamente addentro alle cose crociate. Sfumato il suo trasferimento negli Emirati, la “freccia nera “ dovrebbe, si dice, interrompere al più presto il regime di allenamenti in solitario impostogli dalla società (insieme ad una multa) e rientrare in gruppo. Con D’Aversa ci sarebbe già stato il chiarimento, con tanto di scuse del giocatore. Pare che siano i colleghi, ora, a doversi pronunciare sul suo reintegro. In effetti, l’ivoriano ha tentato di forzare la mano al Parma per creare un fatto compiuto e non si è presentato agli allenamenti per tre giorni di seguito. Un comportamento a dir poco discutibile per un professionista. Il mancato trasloco verso il Medio Oriente ha messo con le spalle al muro il giocatore che è stato, per ora, escluso dalla rosa. I tifosi e la stampa cittadina non sono stati teneri con l’asso africano.  Non presentarsi al campo, per un calciatore pagato davvero molto bene, non è la strada migliore per procurarsi simpatie. Anche Parma, nonostante la situazione economica non sia delle peggiori, risente della cattiva congiuntura e non poche crisi aziendali stanno mettendo a rischio centinaia di posti di lavoro. Gervinho, secondo il sentire comune, aveva diritto di ascoltare le sirene degli emiri, ma non aveva quello di disertare il lavoro (non tanto l’allenamento, proprio il lavoro, dicono molti). Detto questo, occorre rilevare che stavolta, a differenza di altri casi, non siamo in presenza del classico giocatore viziato e ingestibile: non siamo davanti ai capricci di una star.


Gervinho, dal punto di vista del comportamento quotidiano, è un professionista esemplare, tanto che in assenza di Bruno Alves è lui a portare la fascia di capitano. La sua vita fuori dal campo non dà motivo di pettegolezzi di alcun genere. Vive in una villa in periferia, circondato dalla comunità ivoriana.   Secondo Roberto D’Aversa è scrupolosissimo negli allenamenti. L’allenatore ha raccontato di alcune sedute in cui l’ivoriano è andato via dopo gli altri compagni, per migliorare la sua tecnica di tiro. Parla poco anche con colleghi. È rarissimo, dicono, vederlo anche camminare in centro. L’unica sua vera passione, pare, è il fashion.  L’ansia, non incomprensibile, di un principesco contratto di fine carriera, in un campionato meno impegnativo, lo ha probabilmente disorientato, facendogli perdere di vista alcune norme base di comportamento. Forse è anche stato mal consigliato. 


I tifosi, sostanzialmente sembrano disposti a perdonarlo, nonostante gli rimproverino di non partecipare mai alle cene dei club organizzati e di essere schivo per quanto riguarda le foto con i supporters (bambini compresi). Le sue giocate, in ogni caso, mancano. Era dai tempi, remoti, di Tino Asprilla che non si vedeva un giocatore tanto imprevedibile e travolgente. Se i compagni di squadra gli perdoneranno il suo comportamento, dovremmo rivedere presto in campo la celebre fascia nera, secondo l’auspicio di Daniele Faggiano, espresso pochi giorni fa e ribadito ieri sera.


L’assoluzione piena, avverrà solo però, se sarà in grado di regalare ai tifosi qualcuna delle sue accelerate, dei suoi contropiedi, dei suoi sfondamenti in area. Non potrà permettersi, in avvenire, quelle giornate in cui sembra assentarsi dal gioco. Dovrà dare qualcosa di più, altrimenti sarà fischiato sonoramente. Alle sue spalle scalpita il giovane connazionale Karamoh, che ha dimostrato grandi potenzialità nelle poche partite che ha giocato quest’anno.