Coronavirus e tensioni razziali: alcuni giocatori Nba non vorrebbero giocare

Una lega di cento giocatori guidata da Kyrie Irving sarebbero contrari a giocare a Orlando. Parere contrario per Rivers, che vuole giocare per aiutare il cambiamento. Preoccupano anche i contagi

Kyrie Irving

Kyrie Irving

Globalsport 14 giugno 2020
Dopo aver ufficializzato il ritorno in campo nella sola sede di Orlando, altri ostacoli si pongono sulla ripresa della stagione di Nba.
Una parte dei giocatori, guidati da Kyrie Irving dei Brooklyn Nets (appoggiato anche da Howard e Williams, oltre ad altri cento giocatori) sarebbero contrari a scendere in campo per i timori legati al contagio da Coronavirus e per le tensioni razziali delle ultime settimane legate alla morte di George Floyd.
Parlando alla Cnn, Howard ha espresso il suo parere: "Il basket o l'intrattenimento in generale non è necessario in questo momento. Vorrei vincere il mio primo titolo Nba, ma l'unità della mia gente sarebbe un trofeo ancora più grande".

Contrario a questa posizione Austin Rivers, figlio del coach Doc, che appoggia l'idea condivisa anche da Lebron James: il fatto di tornare a giocare non impedirebbe di continuare a ispirare il cambiamento sociale fuori dal campo: "Tornare in campo permetterebbe di mettere soldi nei portafogli dei giocatori, con i quali possiamo continuare a dare il nostro contributo alla causa di Black Lives Matter, che supporto al 100%".
Un commento finale sulla questione economica: "Il 99% dei giocatori Nba non ha i soldi di Irving, amo la sua passione per aiutare il movimento ma non deve essere utilizzata per fermare l'intera Nba. Si possono fare entrambe le cose: giocare e aiutare il cambiamento per le persone di colore in questo paese".