Il calcio è morto, viva il calcio: la Superlega non è il male assoluto del calcio, ne è la conseguenza

Il calcio è di chi lo ama ma soprattutto di chi ha i soldi: il sistema calcistico capitalistico poco ha a che fare con la passione dei tifosi, la Superlega però è solo la punta dell'iceberg

Aleksander Ceferin

Aleksander Ceferin

Globalsport 28 aprile 2021

di Marco Bertolini
“Il calcio è salvo”, “il calcio è risorto”, “il calcio è tornato in mano nostra”, “il calcio non è loro”: nell’ultima settimana si è parlato molto della Superlega e di cosa essa avrebbe significato ma in sostanza, il calcio è salvo davvero? Ma poi, salvo da cosa? E salvato soprattutto da chi?

Nell’ultimo periodo si sono eretti a rappresentanti dei tifosi, come amanti del giuoco, ex giocatori, allenatori, politici e proprietari di società, ma è giusto che a parlare per noi siano persone che alimentano un sistema che sta sempre di più aumentando la distanza tra chi gioca e chi guarda?


Parlare dell’ipocrisia che c’è stata nel parlare della Superlega, parlare della demagogia che ha invaso i social e le tv dopo l’ufficialità della competizione, non vuol dire essere dalla parte della Superlega, non vuole difendere una competizione pensata male e presentata peggio, ma mira piuttosto ad un’analisi di come spesso le cose sono diverse da come vengono presentate perché il mondo del pallone non era ieri dei tifosi e non lo sarà domani.

 

L'ipocrisia - Parliamo per esempio di uno dei primi personaggi pubblici di spicco, l’ex bandiera dello United Gary Neville, oggi apprezzatissimo seconda voce e commentatore di calcio nella tv inglese, che ha fin da subito preso le distanze da ciò che le società inglesi avevano fatto, parlando di come le 6 squadre coinvolte nello scandalo fossero irrispettose nei confronti dei propri tifosi ed in generale di tutti gli appassionati di calcio, tra i quali c’è anche lui ovviamente, e, parlando del proprio United, ha aggiunto che il calcio è di altri.

Qual è il problema di fondo, espresso dall’ex terzino inglese come da altri? Il fatto che a muovere molte società sia stata l’avarizia, il vil denaro, che ha portato a mettere in secondo piano la passione dei tifosi, l’amore per il gioco e la competizione, il senso di sportività.

Se non fosse che anche lui ha fatto parte di questo gran marchingegno, ma andiamo con ordine: era il 2015 e Gary, apprezzatissimo commentatore e collaboratore tecnico del CT inglese Hodgson, viene chiamato senza alcuna esperienza ad allenare il Valencia, al tempo in cerca di un posto nel tavolo delle grandi di Spagna per interrompere il dominio madridista, blanco e biancorosso, e catalano.

Cosa succede se metti un opinionista, seppur bravissimo a capire le dinamiche di gioco e a spiegarle, in panchina? Che il Valencia, considerando solo la Liga, ha vinto solamente 3 partite su sedici con l’inglese, rimasto in sella fino a Marzo dopo essere stato chiamato a Dicembre.

Ma al di là delle varie difficoltà, di lingua e di risultati, ciò che delude maggiormente è la schiettezza con la quale Gary Neville ha successivamente affermato che fare l’allenatore non fosse il suo mestiere, che non si svegliava ogni giorno con il pensiero di gestire una squadra e che avesse troppi impegni per pensare a che formazione mettere: alla luce di tutto ciò, il rispetto dei tifosi e l’amore per il calcio dove sono?

C’è un’altra cosa che però colpisce molto: Gary Neville fu chiamato probabilmente perché amico del nuovo proprietario, il magnate singaporiano Peter Lim, il quale era allo stesso tempo anche un socio in affari dell’inglese, con cui aveva un rapporto d’amicizia duraturo.

Jorge Mendes, noto agente portoghese tra i più influenti del mondo (agente di Cristiano Ronaldo e deus ex machina del mercato del Wolverhampton e non solo), è componente di una società finanziaria controversa, la Doyen Sports, accusata per anni di gonfiare i prezzi dei giocatori, avendo stretti legami con Atletico Madrid, Monaco, Porto e Benfica (quanti giocatori hanno giocato in almeno due di queste squadre negli ultimi anni?), e all’epoca dell’insediamento di Peter Lim diventa il regista occulto delle operazioni di mercato anche per la sua agenzia, che ha al proprio interno numerosi talenti, la Gestifute.

Questo accordo tra la Doyen e il Valencia portò quindi la società a cedere i propri migliori giocatori ogni anno (Otamendi, ex Porto) comprandone di nuovi che poi sarebbero stati rivenduti (Garay, preso dal Benfica e poi rivenduto allo Zenit), arricchendo la società di Mendes ma indebolendo terribilmente il Valencia, che da allora non si è più ripreso (a parte una Copa del Rey nel 2019).

Ricapitolando: dal 2014 Peter Lim è presidente del Valencia, ha stretto accordi speciali con l’agente Jorge Mendes, e negli ultimi 7 anni il secondo ha incassato 94 milioni di euro in commissioni, riuscendo a far muovere circa 700 milioni di euro, e in un sistema malato del genere, colui che ha parlato di “calcio non è di pochi ma è dei tifosi, è di tutti”, si è inserito per l’amicizia con il presidente senza dire nulla dell’assurdo controllo che ha avuto e che ha tutt’ora un agente nelle sorti di una squadra.

Qualcosa non torna.


Il calcio è stato salvato da coloro che avevano in mente solo i soldi anche da squadre come il Borussia Dortmund, modello virtuoso di calcio che nonostante la crisi generale non è in perdita e non ha necessità di avere ancora più introiti; ma come mai è virtuoso questo modello?

Non è forse segno di un sistema calcistico non proprio sano il fatto che una squadra voglia vendere il proprio centravanti, di 20 anni alla prima stagione con loro, per più di 70 milioni di euro?

La Superlega era una novità e ogni novità espone chiaramente fin da subito le proprie debolezze, ma non credo che il sistema a cui siamo abituati sia positivo ma anzi, credo vada combattuto con altrettanta forza perché i destini di molte squadre, come evidenziato nel caso Valencia, sono a discrezione degli agenti, che decidono magari che sia giusto nei giorni di un quarto di finale di Champions, volare in Spagna e parlare con i rappresentanti di un altro club.

Florentino Perez dichiarò tra le altre cose, nella notte tra il 19 e il 20 Aprile, che “gli incassi diminuiscono e gli stipendi aumentano, bisognava fare qualcosa”: in pratica costituire un nuovo sistema fallace basato sui soldi in sostituzione di un altro sistema che si basa comunque sui soldi, un cane che si vuole mordere la coda e per risolvere il problema decide di correre ancora più veloce attorno a se stesso.

Tra l’altro è notizia di qualche giorno fa della quasi ufficialità del passaggio di David Alaba dal Bayern alle Merengues in cui guadagnerà quasi 400mila euro a settimana fino al 2026, dopo che il presidente Perez ha detto che il calcio sta morendo e non esisterà più nel 2024: strano.

 

Quando ho visto gli striscioni affissi fuori dagli stadi inglesi, quando ho sentito dire che il Liverpool aveva tradito la passione dei propri tifosi ed era morto, ho avuta una sensazione di déjà-vu: possibile sia già successo tutto ciò?

In effetti è così: nel 2016 il Liverpool annunciò i prezzi dei biglietti per la nuova stagione e i meno cari costarono £1029 per l’abbonamento e £77 per la singola partita, prezzi che fecero partire una rivolta che culminò al minuto 77 di una partita contro il Sunderland, quando la Kop uscì dallo stadio, costringendo la società ad un dietrofront che suona alquanto familiare.

Ma quindi quando il Liverpool ha tradito i propri tifosi infangando la propria storia, quando ha voluto entrare in una competizione privata che le garantisse molti soldi o aumentando troppo i prezzi dei biglietti?

 

Pecunia non olet
“Sono tanti, arroganti coi più deboli, zerbini coi potenti

Sono replicanti, sono tutti identici, guardali

Stanno dietro a maschere e non li puoi distinguere”
La demagogia è “un atteggiamento politico per ottenere il più ampio consenso popolare caratterizzato da false promesse in grado di fare leva sui sentimenti irrazionali ed i bisogni latenti delle masse”, modus operandi che ricorda tanto la difesa divenuta poi controffensiva dell’Uefa e della Fifa a seguito della nascita della Superlega e quindi della rivolta dei tifosi.

Il comunicato di risposta della società che gestisce il calcio in Europa, sostenuto dalla Fifa, in cui venivano citati principi di solidarietà, rispetto e correttezza, mettendo dentro anche una questione etica e morale che ha reso Ceferin e soci una sorta di rappresentanza del volere popolare minacciando inoltre pene severissime ai club invischiati, in una sorta di sfida tra buoni e cattivi, mi ha fatto pensare al futuro, per l’esattezza al 2022, in cui si giocheranno i Mondiali in Qatar, manifestazione con la quale i 12 club non hanno avuto nulla a che fare.

Il presidente dell’Uefa promette sanzioni gravissime sia per coloro che sono rimasti a favore della Superlega sia per chi ha fatto subito dietrofront, ma è curioso pensare che non ci sia stata la stessa severità quando, una volta saputo che il Qatar aveva effettivamente comprato i mondiali pagando l’ex presidente Blatter poi condannato, non è stato fatto niente affinché si togliesse la manifestazione dalle loro mani: le 6 squadre inglesi una volta accortasi dell’errore hanno fatto dietrofront, una volta confermato il rapporto tra Blatter e l’assegnazione al Qatar, la Fifa non ha fatto niente.

Sarebbe bello quindi sapere dall’Uefa e dalla Fifa cosa pensano degli oltre 6500 lavoratori migranti morti a causa delle pessime condizioni di vita e di lavoro nel costruire velocemente gli stadi per il mondiale, lavorando duramente a temperature vicine ai 50 gradi subendo punizioni corporali in caso di lamentele, con l’aggiunta dello scandalo dei documenti sequestrati per costringerli a lavorare ancor più a basso costo.

Il presidente dell’Uefa continua negli ultimi giorni a tessere le lodi al presidente del Psg e ora nuovo presidente dell’Eca Nasser Al-Khelaifi, parlando di lui come “brava persona, il calcio ha bisogno di brave persone nei ruoli di spicco e lui è qualcuno che ha dimostrato di essere capace di guardare agli interessi di più club piuttosto dei propri” (da sottolineare che non citi gli appassionati ma parli di altri club), recentemente elogiato anche Rummenigge, anche se non c’è da stupirsi: la Qia (“Qatar Investment Authority”) di Al-Khelaifi possiede il 14,6% della Volkswagen che a sua volta controlla l’Audi, proprietaria dell’8,33% del club bavarese, pura casualità.

 

Fino ad ora la competizione non c'è stata - La Uefa si è proposta come garante della competitività e della salvaguardia dell’equità di trattamento delle varie squadre al grido del “salvaguardare l’imprevedibilità e l’equa ripartizione”, con la riforma del Fair play finanziario del 2009 applicata davvero nel 2011 che fu varata proprio perché, secondo il suo più grande promotore Michel Platini, tutti i club potessero giocare secondo le regole, soddisfando i criteri della stessa riforma, raggiungendo un bilancio sostenibile in modo che passione facesse rima con ragione, diventando tra l’altro uno degli undici valori che la stessa federazione promuove.

In sostanza però non è andata così: dal 2011 al 2020 solo 3 club non spagnoli hanno vinto la Champions (Chelsea, Bayern e Liverpool), per quanto riguarda i maggiori 5 campionati nazionali, la Juventus, le squadre di Madrid e il Barcelona, il Psg e il Bayern hanno vinto tutti o quasi (Montpellier e Monaco in Francia e il Dortmund in Germania le eccezioni) i campionati degli ultimi anni, mentre in Inghilterra a parte la favola Leicester, la Premier League è stato appannaggio delle squadre che avevano firmato per la Superlega.

Il calcio immaginato dai fautori della Superlega è un calcio in cui a decidere è in sostanza il merito storico e la volontà di arricchirsi, ma l’Uefa è in effetti il contrario, esempio di una giusta e funzionante meritocrazia non basata sul denaro?

L’organizzazione presieduta da Ceferin negli ultimi anni, oltre al Fpf sempre meno equo, ha reso il calcio un sistema di Settlement Agreement, ricorsi al Tas, di squalifiche dalle coppe per passivi di bilancio pregressi, di plusvalenze fittizie, commissioni ad agenti simili a tangenti, ingaggi gonfiati, di squadre che preferiscono un quarto posto che significa più soldi piuttosto che un trofeo come la Coppa Italia, un sistema poco meritocratico che ha visto nelle ultime venti edizioni disputate di Europa League la vittoria per otto volte di squadre provenienti dai giorni di Champions.

 

Chi scende davvero i campo però, sono i calciatori - Toni Kroos ha detto che “noi giocatori non decidiamo, siamo burattini in mano a Uefa e Fifa, se ci fosse un sindacato non giocheremmo con la nazionale competizioni inventate ex novo o la supercoppa in Arabia Saudita, servono solo a raccogliere soldi” perché alla fine le società si mettono d’accordo, ufficialmente con le organizzazione riconosciute o ufficiosamente tra di loro, ma nessuno pensa ai giocatori e allenatori che, in un calendario sempre più fitto che non sembra voler prendere pause dall’anno scorso, sono sempre più stanchi.

Del resto lo ha detto anche Klopp ed è giusto pensare a che spettacolo possano offrire dei giocatori nel mese di Maggio o Giugno se da 9 mesi stanno giocando ad alti livelli più di 60 partite in tutto; nel mentre l’Uefa sembra non perseguire il benessere dei giocatori e quindi il possibile spettacolo offerto ai tifosi, ma i soldi che si fanno con l’aggiunta di nuove partite e competizioni.


L'oggi è il domani di ieri - Nuove competizioni che alla meritocrazia tanto decantata lasciano il tempo che trovano: con la nuova riforma che entrerà in vigore dal 2024, la Champions League avrà più partite (più soldi da dividere), più squadre e un sistema non a gironi simile a quello pensato per la Superleague.

Ciò che colpisce è che dal 2024 due posti in Champions saranno assicurati per i club con maggiore coefficiente negli ultimi cinque anni tra quelle che non si sono classificate, un sistema che ancora una volta agevolerà determinate squadre rispetto ad altre, aumentando il divario (per l’attuale classifica qualora nel 2024 l’Atalanta terminasse il campionato 4° e la Juventus 5° e le squadre che precedono la squadra biaconera in graduatoria si siano tutte qualificate direttamente, ad andare in Champions sarebbero i bianconeri, con i neroazzurri in Europa League).

Se è vero che “la Superlega avrebbe solamente contribuito ad acuire le differenze economiche tra i vari club, impedendo per principio ad una squadra come l’Atalanta di vincere il campionato e accedere alla Champions al posto dell’Inter”, il sistema attuale voluto dall’Uefa prevede che la Juventus, uscita agli ottavi come la Lazio e l’Atalanta, abbia guadagnato 82 milioni contro i 52 e 50 delle altre due italiane, con l’Inter uscita ai giorni che ha guadagnato 1 milione in meno rispetto alla squadra di Gasperini, e dal 2024 possa appunto accedervi comunque anche piazzandosi alla fine del campionato dopo la stessa Atalanta.

 

Il sistema calcistico oggi - La bomba Superlega ha avuto un effetto di catalizzatore, ovvero ha provato a velocizzare una trasformazione che ha colpito il calcio da anni, rendendolo più di uno sport ma un’industria, un sistema capitalistico in cui il fine, che sia un mondiale o avere più soldi, giustifica i mezzi, che siano morti sul lavoro o togliere la competizione.

Non c’è quindi da stupirsi se in un mondo capitalista, lo sia anche il calcio, nato come sport e basato sulla passione di chi gioca e tifa e diventato, come tutte le cose, una fonte di guadagno per pochi: la Superlega è stata voluta da club che non sono benefattori ma società private che cercano di massimizzare il brand come hanno sempre fatto perché il calcio sarà sempre lo sport più popolare al mondo ma non è mai stato uno sport democratico e mai lo sarà perché le società che ne fanno parte vogliono (devono) perseguire la massima redditività possibile del proprio marchio.

 
Secondo la legge della conservazione della massa, una legge fisica che prende origine dal postulato fondamentale di Lavoisier, “nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma”: il calcio non è morto o risorto ma è cambiato nel corso degli anni per l’avvento delle televisioni, degli sponsor, dei costi aumentati, del numero sempre maggiore di appassionati e quindi di possibili clienti, portando a far diventare il calcio come lo vorremmo noi quello giocato tra amici, non certo in televisione.

L’esperimento Superlega, che non è stato un fulmine a ciel sereno ma un progetto che per anni ha stuzzicato le menti dei ricchi proprietari di club che vogliono arricchirsi ancor di più, non è stato altro che il segno di come il mondo calcistico ragiona, con avidità, sottovalutando coloro che dovrebbero essere il motore dell’intero macchinario: i tifosi.

Ma se l’Uefa ha sempre lavorato per noi appassionati, come la Fifa, se tutti i club hanno pensato bene di mettersi d’accordo per una super competizione fatta apposta per noi, se i calciatori e gli allenatori sono dalla nostra parte, come mai i primi a parlare e gli unici ad agire veramente sono stati e sono i tifosi?