Genoa, il portiere Perin: “Non sono un untore. Siamo professionisti, il virus si può prendere in tanti modi”

“Non siamo stati rispettati perché non giochiamo in una grande squadra. Noi giocatori siamo molto scrupolosi, ma il virus non guarda in faccia nessuno. Ne sono uscito destabilizzato”

Mattia Perin, portiere del Genoa

Mattia Perin, portiere del Genoa

Globalsport 16 ottobre 2020

Intervistato da "Repubblica”, il portiere del Genoa Mattia Perin si sfoga, dopo essere stato uno dei 18 giocatori contagiati del Grifone, la squadra più colpita della Serie A. 


“Non sono l'untore del calcio italiano. Questa è una malattia subdola, la puoi prendere in taxi, oppure schiacciando il bottone di un ascensore. Nella mia famiglia sono tutti negativi. La verità è che in una dozzina di ore cambia il quadro clinico, neppure gli specialisti sanno molto del Covid. E sia chiaro che il caos di Juve-Napoli non è iniziato per colpa del Genoa".


I calciatori sono "molto scrupolosi. Nessuno toglie la mascherina, rispettiamo regole e distanziamenti, poi è chiaro che in campo veniamo a contatto, è inevitabile". 


“Ciò che è accaduto al Genoa” - prosegue - "poteva accadere a chiunque. Di sicuro, se ci fossimo chiamati Real Madrid, Inter o Juventus, saremmo stati rispettati di più. Sia chiaro che la malattia non è mai una colpa, ma un'eventualità che accade agli esseri umani". 


E "basta -sottolinea- con i cliché del calciatore ricco, viziato, privilegiato e menefreghista. Ho letto giudizi molto superficiali».


E Cristiano Ronaldo che si fa i selfie in mezzo ai compagni senza mascherina? "Si è ammalato lui, si è ammalato Trump, vuol dire che il Covid 19 è micidiale e va preso più che sul serio". 


Sulla possibilità di poter giocare in una bolla in stile basket americano, Perin dice: "Con i miei compagni se ne parla, nessuno di noi è così esperto da sapere cosa sia meglio, però qualche sacrificio in più credo sia indispensabile. Giocare ogni tre giorni ci ha consumati dentro. Il calcio non è solo uno svago, un passatempo: come dice Sacchi, è la cosa più importante tra le meno importanti. I miei nonni e i miei genitori avevano un bar in un quartiere popolare di Latina, io sono cresciuto ascoltando discussioni sul calcio e ho capito cosa rappresenta per tanta gente".


"Siamo giovani, siamo atleti allenati e ne usciamo bene, però questa è una brutta bestia, subdola. Se dicessi che non mi ha destabilizzato un po', mentirei. Noi atleti siamo un po' tutti ipocondriaci, il corpo è il nostro strumento di lavoro e lo vogliamo tarato sempre alla perfezione. Ma se un infortunio lo metti in conto, per le malattie è diverso. E questa è differente da tutte. Infida, come ogni nemico sconosciuto".