Parla il medico della Roma: “Alla ripresa sarà importante la gestione del riposo e l’aspetto mentale”

Andrea Causarano, responsabile sanitario della Roma interviene sul campionato. Dall'allenamento in quarantena alle nuove norme sanitarie, fino all'aspetto mentale dei calciatori.

Andrea Causarano responsabile sanitario della Roma

Andrea Causarano responsabile sanitario della Roma

Globalsport 4 giugno 2020
di Antonio Mazzolli 

Il Dottor Andrea Causarano è dal 2017 il Responsabile Sanitario della Roma. Da ormai quasi trent’anni è nel mondo del calcio: ha assunto lo stesso ruolo nel Siena per la bellezza di venti anni (dal 1994 al 2014) e in seguito è stato medico sociale per la Juventus nelle stagioni 2014-2015 e 2015-2016.


Dopo un’interruzione così brusca dell’attività agonistica, in cui ogni sportivo si è trovato immerso in una realtà insolita di allenamenti in spazi ristretti e nessun match nei weekend, era necessario comprendere quali fossero i rischi fisici di una ripresa altrettanto anomala, fatta di partite giocate ogni tre giorni e in un clima che si preannuncia torrido.


L’obbligo di osservare misure rigorose in un centro sportivo come quello di Trigoria ha stravolto le abitudini di tutti gli addetti ai lavori, dai calciatori, allo staff tecnico, fino allo staff sanitario. Tutto è cambiato, partendo dall’alimentazione fino all’abbigliamento.


Causarano ci racconta come questi mesi siano stati determinanti per cambiare le nostre consuetudini e appoggia la decisione di riprendere, ma con la consapevolezza che ci sarà da lavorare molto per garantire sicurezza, questa esperienza ci servirà per l’avvenire.


 


Dopo una pausa così lunga quali zone del corpo sono più a rischio infortunio?


"Nel periodo tra la prima decade di marzo e il 4 maggio, data dei primi allenamenti individuali, i calciatori hanno seguito degli allenamenti domiciliari individuali. Hanno quindi osservato un’inattività agonistica vera e propria: i più fortunati potevano usufruire di un giardino invece che del salotto di casa.


Non parlerei esclusivamente di problemi muscolari, ma dobbiamo tener conto di tutte le incidenze ormonali legate a un periodo unico nella vita del calciatore, quello dell’isolamento e dell’attività fisica in spazi ristretti. Il rischio è difficilmente calcolabile perché coinvolge diversi fattori che fanno parte dell’unicità del momento.


Oltre all’inattività muscolare va aggiunto uno stress emotivo, ogni calciatore ha vissuto questo periodo con le proprie ansie individuali: molti con la paura di essere contagiati ed altri per il fatto di vivere lontani dalla propria famiglia.


 


Riprendendo adesso dopo due mesi di stop, si comincia con una nuova preparazione che è diversa da quella di inizio stagione. Il periodo di inattività dovuto al virus non è neanche paragonabile all’inattività estiva del pre-campionato, in cui si possono fare partite di calcetto o tennis.


Ora si cerca di riprendere l’attività fisica, associando esercitazioni tecniche con la palla, per cercare di ridare condizione atletica, ma allo stesso tempo di non ampliare la mole di lavoro, poiché il rischio di patologie muscolari è dietro l’angolo.


Quando il campionato ricomincerà con i suoi serratissimi ritmi indubbiamente aumenterà il rischio infortunio legato ad un inadeguato recupero."


 


Si giocherà quindi d’estate, in un clima diverso per i calciatori. Come cambiano le cose a livello di allenamento e preparazione?


"Giocando ogni tre giorni con temperature diverse dal solito in un periodo “vacanziero”, sarà molto importante l’aspetto mentale.


Più che l’allenamento, sarà fondamentale la gestione del recupero. Gli allenamenti saranno prevalentemente di scarico e volti alle considerazioni tecnico-tattiche, poiché con gli spostamenti non ci sarà molto tempo per allenarsi.


Importante sarà l’idratazione, l’alimentazione e la gestione della vita privata di ogni calciatore."


 


Nel periodo di stacco, tutta la squadra ha seguito la stesso programma oppure ogni calciatore seguiva una preparazione personalizzata?


"Ogni giocatore aveva un programma diverso, anche per quanto riguarda l’alimentazione, che era consigliata dal nutrizionista.


Uno sguardo diverso è stato dato anche a coloro che erano reduci da infortuni e a chi era in recupero da un infortunio. Chi ha patologie croniche non è stato avvantaggiato dal lungo periodo di inattività: è un po’ come l’esempio di un’automobile tenuta per troppo tempo in garage."


 


Pensando al caso di Ibrahimovic: appena tornato in campo ha avuto un infortunio muscolare.


In relazione a questo, esistono giocatori che sono più predisposti ad infortunio, per esempio quelli di grande stazza fisica, o sono altri i fattori che portano a un infortunio?


"Adesso tutto è un’incognita, venendo da un periodo insolito sia nella vita professionale dei calciatori che in quella di chi li cura. La limitazione in spazi stretti mette il polpaccio un po’ più a rischio infortunio, per la stazione eretta limitata.


Non esiste un calciatore più a rischio di un altro ma l’applicazione rigorosa dei programmi di allenamenti domiciliari ha rappresentato un importante fonte di prevenzione."


 


Come cambierà il fattore alimentazione?


"Nei grandi club, ogni atleta ha un’alimentazione e un’integrazione personalizzata, quindi non cambierà molto.


I grandi club, come la Roma, hanno un’area di valutazione della “body composition” molto avanzata: siamo in grado di capire cosa è successo dal punto di vista strutturale in questo periodo. Vedere la perdita di massa muscolare e l’aumento della massa grassa di un calciatore e paragonarlo alle loro condizioni di benessere agonistico permette di andare ad incidere dai punti di vista alimentare-integrativo e dell’allenamento specifico, per cercare di riportarlo con minor rischio possibile alla sua condizione strutturale ottimale.


In ogni grande squadra, ci sono tecnologie che permettono di “vivisezionare” un calciatore: sapere il peso muscolare del polpaccio o di una coscia. Il periodo di inattività ha chiaramente inciso molto."


 


Cosa è cambiato a livello di abitudini e di norme igieniche nel centro sportivo di Trigoria dove lei lavora? Quali sono le disposizioni che vi ha dato la società?


"La Roma si è mossa con grande anticipo: esiste un protocollo per la gestione del calciatore che parte dal suo ingresso nel centro sportivo fino alla sua uscita. Per entrare e uscire da Trigoria esiste un unico percorso che porta dall’ingresso al campo da calcio fino all’uscita.


Naturalmente abbiamo seguito le linee guida governative. La prima cosa è stata la misurazione della temperatura e della saturazione dell’ossigeno appena arrivati al campo, poi la vestizione nelle proprie camere singole, fino all’avvicinamento al campo sportivo mantenendo il distanziamento sociale.


 


E’ stato fatto tutto in funzione di scongiurare contagi, ad esempio evitare assembramenti nelle sale di ristorazione, che al momento sono chiuse. E’ stata infatti fornita un’alimentazione monouso per ogni calciatore, da consumare a casa o nella propria camera.


Per quanto riguarda gli indumenti, sono consegnati direttamente al calciatore, il quale poi li fa ritrovare nella propria stanza.


L’organizzazione dei presidi al fine di prevenire il contagio ci ha impegnato molto: la sanificazione dei palloni, degli ambienti e dell’abbigliamento sono state all’ordine del giorno.


Essendo il calciatore l’unico autorizzato ad abbandonare il distanziamento sociale nell’attività fisica, anche i collaboratori (soprattutto quelli sanitari) hanno seguito tutte le misure: dall’indossare le mascherine, all’utilizzare camici monouso."


 


Dal 18 maggio sono riprese le sedute di allenamento in gruppo. Ha visto negli atteggiamenti dei giocatori un calo di intensità dovuto alla paura?


"Ognuno di noi è stato felice di tornare a lavorare, soprattutto i calciatori che sono chiaramente impossibilitati a fare smart working. La loro attività è stata interrotta per un motivo che si fa fatica ad accettare, non è come un infortunio che ti costringe a star fermo.


In tutti ho riscontrato grande entusiasmo e serenità, così come una grande voglia di riprendere a lavorare."


 


In caso di contagio di un giocatore o di un membro dello staff, tutta la squadra dovrà osservare un periodo di quarantena. Qual è la sua opinione in merito?


"Naturalmente ci siamo adeguati al protocollo federale avallato dal comitato tecnico-scientifico. Eseguiamo tamponi con la tempistica richiesta, abbiamo fatto le visite di idoneità a tutti gli atleti.


L’applicazione della quarantena all’intero gruppo squadra in caso di positività di uno degli appartenenti è indubbiamente un aspetto spigoloso del protocollo federale. Speriamo che con l’abbassamento della curva epidemiologica si possa allentare questa misura che da ora alla fine del campionato ne metterebbe comunque a rischio la prosecuzione.


Sono fiducioso perché i dati sono incoraggianti."


 


Pensando anche alla Francia che ha interrotto il proprio campionato, le decisioni prese fin dall’inizio di non fermare la stagione, sono state corrette?


"Ci siamo confrontati quotidianamente tra responsabili sanitari della Serie A. Credo che sia giusto provare a ripartire con le giuste garanzie per la salute dei calciatori e di chi ruota attorno a loro.


Il calcio è un momento importante nella vita sociale dell’italiano, ma è anche un’industria. E’ giusto fare dei ragionamenti che non riguardino esclusivamente la possibilità di contagio.


Tutto è stato fatto nel miglior modo possibile per cercare di tutelare al massimo livello. Il comitato scientifico e la commissione federale si sono confrontati innumerevoli volte prima di esprimere un protocollo giusto per la ripartenza.


 


Sono d’accordo su ciò che è stato fatto finora, così come per la ripresa, che sarà inevitabilmente compressa: è giusto ripartire per dare un segnale di guarigione e perché i problemi affrontati per cercare di garantire la salute, ce li saremmo posti anche a settembre per l’inizio della prossima stagione.


Le esperienze maturate in questo finale di stagione serviranno anche per la prossima."