Dedicato a Eugenio Fascetti e ai ragazzi del meno nove

L'indimenticabile gol di Fiorini, ma poi lo spareggio contro il Campobasso con il gol di Fabio Poli che salvò la Lazio dalla serie C. Poi la rinascita

Eugenio Fascetti, allenatore della Lazio del meno nove

Eugenio Fascetti, allenatore della Lazio del meno nove

Globalsport 15 dicembre 2018

di Giancarlo Governi
Quante volte abbiamo visto noi laziali il gol di Fiorini, quel gesto disperato che riaprì la speranza. Quel gesto innaturale che rasenta il sovrannaturale, quella girata repentina con una gamba che si allunga a dismisura come fosse unta dalla stiracchiolina di Sappo, il personaggio di un fumetto di Seghar, il padre di Braccio di Ferro, il marinaio. Chissà come ci è arrivato il povero Fiorini, con il suo corpo sghilembo torturato dalle infiammazioni alle giunture, ad impattare quella palla che lui per primo vede toccare la rete. Noi spettatori lo capimmo dal suo pianto dirotto, dalla maglietta levata e agitata al vento come una bandiera vittoriosa, dalla corsa verso la curva, dall’abbraccio dei compagni, che quella maledetta palla era entrata. La Lazio era salva, gli “eroi” del meno nove avevano fatto l’impresa. Sugli spalti eravamo tutti ebbri di gioia; avevamo visto l’inferno e ora eravamo saliti in un lampo, grazie a quella gamba allungata, in paradiso.


Fu il mio amico Massimo a dirmi che non eravamo scesi all’inferno ma che non eravamo ancora in paradiso, ma in una sorta di limbo, dove stanno “color che son sospesi”, come il poeta Virgilio che deve accompagnare Dante nel suo grande viaggio. Massimo con molta freddezza aveva fatto i conti rapidamente e aveva capito che i due punti appena conquistati ci tenevano ancora in ballo ma ci condannavano a una spareggio a tre. Le tre candidate ad uscire dal limbo per entrare in paradiso erano, oltre alla Lazio, il Taranto e il Campobasso. Una di loro sarebbe precipitata all’inferno della serie C.


Ce ne torniamo a casa senza sapere se dobbiamo gioire o se dobbiamo ancora avere paura. Decidiamo che dobbiamo essere soltanto preoccupati ma non troppo perché la caratura storica e il prestigio sportivo fa aggio nei confronti dei due avversari “sine nobilitate”, due oscure squadre che non sono mai arrivate nella loro storia alla massima serie e a fatica sono rimaste in Serie B. Però sappiamo anche che nel calcio il blasone e la storia non vanno in campo e che c’è sempre qualcosa che viene espressa con la famosa frase “clamoroso al Cibali”, quando allo stadio di Catania fu battuta la blasonatissima Juventus prima in classifica.


E nel primo spareggio si verificò proprio un “clamoroso al Cibali”: il Taranto, che poi sparirà dal calcio professionistico batté la Lazio con un gol in netto fuorigioco.


Tutto oramai si giocava nella seconda partita con il Campobasso a cui sarebbe andato bene anche un pareggio, perché aveva pareggiato con il Taranto. A noi alla blasonata Lazio serviva soltanto una vittoria. In una torrida domenica di luglio diecimila automobili e centinaia di pulman andarono a intasare l’autostrada diretti a Napoli..


Il Campobasso gioca per mantenere lo zero a zero mentre la Lazio si danna l’anima per vincere. Il primo tempo finisce a vantaggio del Campobasso, che anela al pareggio. Ma al 39’ esce Magnocavallo per infortunio, al suo posto entra Massimo Piscedda, un ragazzo romano di 25 anni, cresciuto in casa e arrivato in prima squadra. La sostituzione sarà decisiva.


Comincia il secondo tempo con lo stesso copione, la Lazio ad attaccare e il Campobasso a difendersi, fino a quando un suo giocatore non si ritrova solo davanti al nostro portiere Terraneo, ma anziché far scendere la palla alta sul piede preferisce colpire di testa. Terraneo blocca e rilancia l’azione rapidamente, palla a Gregucci che la affida al capitano Mimmo Caso il quale la appoggia sulla sinistra a Piscedda che non le fa toccare terra e al volo la deposita al centro dell’area avversaria. E’ stato in quel preciso istante che noi laziali abbiamo visto il paradiso dove ci stava portando un angelo librato in volo. Il nostro angelo si chiama Fabio Poli. Nella nostra memoria l’angelo Poli è rimasto ancora lì, fissato nel tempo mentre impatta la palla di testa e la deposita in rete. Se non ci credete andate a vedere al San Paolo di Napoli.